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Sparai
 

Sparai. Cadde. Morì. Respirai. Con la punta del dito avevo mirato ad una stella che precipitò cadente oltre il recinto dell’orsa minore.

Kijana Sali, il capo operaio, amava guardare le stelle e ci sfidavamo a contarle secondo diverse porzioni di cielo. Bevevamo whisky scadente mischiato ad acqua e raccontavamo le nostre vite come fossero storielle di cui ridere come bambini innocenti. Il rumore del lento motore in fondo al pozzo confondeva gli spasmi del vento, e le iene impazzite cantavano l’orizzonte scandendo melodie che raschiavano ogni osso della schiena. Io adoravo il vento salmastro della costa, colloso come miele, eppure quello dell’altopiano aveva un timbro diverso, più intenso e sottile, come un fruscio del filo dentro la cruna dell’ago, come un serpente docile che strisciava sulla terra arsa dal sole. Amavo il vento, ma amavo maggiormente le stelle. Kijana era un bel Luo, alto e allampanato, con gli zigomi molto pronunciati e gli occhi lucidi di ardente voglia di vivere. Aveva perso padre e madre e s’era sposato giovane ad una bella ragazza masai che gli aveva regalato quattro figli di indole remissiva, un po’ come lui che amava il silenzio dell’ascolto e la dedizione del duro lavoro. Guidava malissimo e spesso ero costretto a correggergli la traiettoria della jeep per non finire dentro le profonde buche laggiù nei pressi di Magadi, dove il sole pareva essere appeso al ramo più alto di un’acacia tanto era forte il suo bagliore. Venne lui ad accogliermi all’aeroporto, indossava la camicia delle grandi occasioni, di un bianco perlaceo con ricami tipici delle camicie da sposo, regalo di qualcuno che evidentemente non aveva buon ricordo del lieto giorno. Sorrise quando mi vide. Disse di avermi riconosciuto per via dei lunghi capelli che disse “sembrano quelli di una donna”. Diventammo amici in due minuti e mezzo e ancora oggi ad anni di distanza continua a spedirmi lettere dalla casella della missione dove si reca per controllare il funzionamento dei pozzi. Mi dice sempre quante belle stelle ha contato nelle settimane precedenti e, mi racconta di aver imparato a sparare a quelle più luminose facendone cadere addirittura tre in un mese.

Un giorno lo invitai ad accompagnarmi a Nairobi per sbrigare alcune pratiche all’ambasciata; lo trovai fuori della mia stanza che aspettava e non potei trattenere una sonora risata, quando lo vidi con indosso una pesante giubba militare, di fabbricazione russa, divorata dalle tarme e carica di polvere come se la avesse disseppellita da una buca poco prima. Profumava di pessima colonia e sfoggiava un paio d’occhialoni con lenti viola, Ray Ban credo, che lo faceva somigliare ad una sorta di hippie di periferia americana. Terminate le visite burocratiche andammo insieme presso un bel negozio del centro città, dove per qualche spicciolo europeo scelse quale regalo un bellissimo abito carta da zucchero e delle scarpe nere con la fibbia iridescente. Fu felice per quel dono e non perse occasione nelle settimane successive, di farne sfoggio con tiepida baldanza che ben si sposava con la sua fugace ilarità.

Dimenticai tutta la mia vita precedente ed ero felice di condividere il tempo e le giornate simili ad alte dune di sabbia, con Kijana che era una riserva inesauribile di scoperte sullo spirito dell’Africa. Talvolta non ci vedevamo per un’intera settimana, altre invece prendevamo il fuoristrada e partivamo lontani, lontani dove nessun satellite avrebbe potuto trovarci; sceglievamo altipiani abbandonati dai tempi del diluvio universale e lassù, riparandoci con pesanti ombrelli di tela dalle stelle che cadevano come pioggia in autunno, prendevamo sonore batoste alcoliche e dormivamo nelle piccole tende che usavamo quale dimora nei pellegrinaggi keniani. Io non avevo bisogno di dirgli chi ero, lui mi raccontava invece le sofferenze della gioventù, e rideva, quando immaginava di trasferirsi a vivere in Europa dove, era sicuro, avrebbe fatto carriera come cacciatore di aerei < fanno troppo rumore quei tuberi d’acciaio>. In effetti, era abile con la lancia, colpì pure una gazzella dal tetto del fuoristrada e con quella mangiammo pranzo e cena immersi nelle pozze d’acqua bollente che trovammo in un’area desertica poco sotto i pennacchi di N’gong. Una volta gli mostrai la foto che scattai il primo giorno di lavoro in banca, rasato, con i capelli ordinati, gli occhiali nuovi e la cravatta regimental bene in vista sotto il gessato blu. Rise. Rise come un matto.

Rise per ore senza smettere di confrontare il me reale a quello immortalato nelle foto che fece sua per sempre. La mostrava addirittura ai compagni di lavoro nei pozzi e anche quelli si sorprendevano per la trasformazione, mi disse < Davvero ti pagavano per essere triste e per legarti al collo quella coda di mucca?>. Amavo l’innocenza degli africani perché loro amavano la mia voglia di dimenticare le assurdità della civiltà mzungu. Ci fermò la polizia ad un posto di blocco lungo la strada per Voi. Eravamo proprio sbronzi, ma di quella sbronza che portava alla luce la felicità d’essere liberi e sereni. Il poliziotto era inflessibile e severo, volle multarci a causa del carico di gente nel cassone della mia jeep. Pagai subito. Kijana tirò fuori la mia foto della banca e la passò a quelli seduti dietro. Furono immediate risate. Il poliziotto volle vedere anche lui. Osservò perplesso aggirando la macchina e venendo dalla mia parte. Parlò con il collega. Poi rivolgendosi a me, disse < Potete procurarci due code di mucca? Sembrano molto belle e vanno bene per la nostra divisa>. Kijana sembrò impazzire per la gioia, della scena comica. Io spedii le cravatte appena arrivato in Italia all’indirizzo che il poliziotto mi scrisse sul retro del verbale. Feci un pacco anche a Kijana. Impazzì, quando seppi che aveva legato la cravatta al collo della mucca più brutta e magra della fattoria.

Grant

 Carlo

 

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