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IL KENYA A MODO MIO (1)

Estate 2005
Non potrebbero mai bastare tutte le parole di tutte le lingue del mondo per descrivere quello che mi capita quando metto piede in Africa, ma ci provo perchè se solo arrivasse al tuo cuore una parte infinitesimale del mio tumulto emotivo sarai anche tu una persona positivamente nuova e arricchita.
La catarsi inizia durante il tragitto casa-aeroporto tra le solite raccomandazioni di chi mi vuole bene e si preoccupa per me… loro parlano ma la mia mente vola, è già in viaggio e i miei occhi già si preparano allo spettacolo che gli si mostrerà davanti di lì a poche ore… una nuova alba africana.

Invece questa volta, a differenza di tutte le altre, arrivo a Mombasa che è ancora notte, il caldo sempre lo stesso, poca gente fuori, sarà l’ora mattutina, solito slalom tra i “portatori di valigie” e via verso Malindi. Anche se è ancora presto uscendo da Mombasa già si sveglia il brulichio di persone lungo le strade, che poi mi chiedo sempre si svegliano o non sono mai andati a dormire?!
Fuori Mombasa mi illudo un attimo di una bella strada asfaltata, ma l’illusione dura giusto pochi metri e poi il balletto tra le voragini che mi accompagna fino a Malindi basta a farmi sentire a casa.

Arrivo prestissimo e che te lo dico a fare giusto il tempo di posare i bagagli e via a fare il giro dei saluti. La mattina passa così, poi un pranzetto veloce con alcuni cari amici e subito di corsa a trovare i bimbi, quelli più lontani, quelli che non chiedono caramelle, quelli che non sono abituati ai muzungu (bianchi), se non a noi pochi (non è egoismo, solo rispetto), sempre i soliti che ormai facciamo parte della famiglia. Una famiglia allargata, un villaggio intero che in un anno ha fatto passi da gigante verso l’autonomia e l’autosostentamento. Il mais è cresciuto, le mucche hanno dato vitellini e latte per i bimbi, il pollaio è pieno di pulcini e uova, i ragazzi cuciono borse, vestiti e scarpe stupendi, per non parlare di tutti gli oggettini con le perline e le vendite sono in aumento.

Sono veramente orgogliosa e felice e tutte le fatiche fatte per cercare di entrare a far parte del loro mondo dei loro pensieri, e uscire dal modo di pensare l’altro bisognoso solo come un contenitore da riempire, vengono ripagati. Perché è molto più facile dare e basta piuttosto che, nel rispetto della gente e della loro terra, insegnare loro il concetto di futuro, di guadagno e di profitto.
Lo sanno i miei compagni di avventura quante giornate impiegate a cercar di far capire certe cose fino allo sfinimento perché cercavamo di farlo capire a chi lotta con la fame, a chi meglio un uovo oggi che una gallina domani… e vedere che è passato il messaggio che una gallina oggi darà uova e carne anche domani e dopodomani è stato un gran successo. BRAVI TUTTI!

Le mie giornate passano per metà con i bambini nelle scuole e in orfanotrofio a sistemare i report degli esami, sono sempre di più! Poi mi ritaglio del tempo libero per le mie varie escursioni nelle campagne, dove mi è capitato anche di perdermi! Ma questa è un’altra storia e merita un altro capitolo…
Da subito ho imparato che è molto facile stringere legami con le persone del sesso opposto, e che in ogni caso il tutto è veicolato dalla “convenienza” ma fortuna ha voluto, perché mi ritengo fortunata, che ho costruito legami importanti con le donne del posto, che mi parlano di loro, del loro mondo, che mi invitano nelle loro capanne, che mi hanno permesso di mangiare al loro tavolo… la terra.

Ma la cosa più sorprendente che mi è successa ve la voglio proprio raccontare perché in Kenya tutto può succedere: il primo giorno che ho messo piede a Malindi, ormai qualche anno fa pioveva, e solo per questo ho ceduto al giro turistico proposto dallo staff, tra la varia folla accorsa al mercato dove avevamo fatto sosta, scorgo gli occhi di un ragazzino, si innamora delle mie nike, non mi molla più... ma lo fa con dignità: io gli dico che sono appena arrivata e non posso andare in giro senza scarpe (eeeeeccooooome se posso, ma allora ancora non lo sapevo), gli chiedo di fare una foto con me, e gli chiedo di sorridere, non lo ha fatto neanche su richiesta, me ne vado... ricordo il suo nome Patrik... non lo incontro più.

Avevo fatto una promessa a dei bambini e tornata in Italia mi do da fare per raccogliere fondi tra mille peripezie, torno con il malloppo per dare via alla nuova costruzione. In quei mesi c'era qualcosa che non quadrava... quel "musetto", quegli occhi spenti... i bambini non devono avere gli occhi spenti, ma so che non sarà facile rincontrare il mio Patrik.
Neanche tre mesi sono di nuovo a Malindi, questa volta da sola. PAZZAAAAA, questo è ciò che tutti mi dicevano, unico riferimento un pollaio vissuto da 60 splendidi watoto (bambini), le donne sulla spiaggia, chissà se si sarebbero ricordate di me, ed un missionario di cui mi avevano parlato e con cui mi ero scambiata qualche mail.

Appena messa piede a Malindi sento qualcuno dietro di me chiamare il mio nome, era una delle mie "amiche", mi aveva riconosciuto da lontano, altro che!
Dovevo trascorrere lì un intero mese, pochi turisti perchè ancora pioveva, grande fortuna per vivere l'Africa vera, ogni giorno mi guardavo intorno per cercare gli occhi di Patrik, ma nulla...
Mancavano pochi giorni alla mia partenza, ero sdraiata sotto un albero a riposare vicino a dove le ragazze vendono parei, mi passano vicino cinque watoto, mi alzo di scatto non so neanche io perchè, i nostri sguardi si incontrano, lui corre via, io mi alzo e lo rincorro chiamando il suo nome, i bambini si fermano e si voltano. "Wewe Patrik?" (tu Patrik?) gli chiedo, lui mi risponde in swahili, non parla neanche l'inglese, ma un suo compagno molto più scaltro di lui fa da traduttore.

Era PATRIK! avremmo avuto la possibilità di vederci tutti i giorni perchè frequenta la scuola dove io vado a fare volontariato e quella volta avevo portato una rete da pallavolo con palloni e si fece una gran festa... ma avete presente in una classe keniota quanti bambini ci stanno?! Tanti, troppi… il preside mi disse che aveva una famiglia problematica mi sono offerta di aiutarlo, portato (lui e i suoi amici) dal barbiere perchè non lo volevano più a scuola per i pidocchi, dalla sarta per una nuova uniforme, e tutto il necessario per la scuola...
Da quella volta a piccoli passi mi prendo cura di lui e lui di me, non mi molla mai, è la mia bodyguard, altro che beach boy! E il tutto avviene senza appuntamento perché dall’Italia non ho modo di parlarci, di sapere… ci si incontra per caso, ci si incontra e basta!

Questa volta è successa però una cosa meravigliosa, lui conserva con cura un albumino con tutte le nostre foto che io ogni volta gli porto, e la mamma era tanto curiosa di conoscermi, ebbene c’è stato l’invito ufficiale al villaggio ed ho scoperto delle cose sorprendenti. Patrik per andare a scuola ogni mattina percorre circa un'ora a piedi sotto il sole cocente ad andare idem a tornare; è sempre presente anche quando ha lo stomaco vuoto, io conosco il preside della sua scuola e mi informo sempre sul suo rendimento. Patrik che non chiede mai nulla se alla fine dell’anno dimostrerà come sta facendo impegno nello studio avrà una bicicletta!

Arrivata al villaggio, dove non sono soliti ricevere visite da muzungu, vi lascio immaginare la festa, la curiosità, la mia emozione. La mamma di Patrik, che parla solo ghiriama (Patrik ora grazie al fatto che frequenta con assiduità la scuola parla inglese, e non è poco credetemi, soprattutto perchè è la lingua ufficiale, ma solo chi va a scuola lo può imparare) era in terra ad intrecciare makuti, mi ha accolto nella sua capanna e ringraziato per i doni che le avevo fatto avere, si perché il giorno prima, all’alba sono andata con Patrik al mercato a comprare due galline e un po’ di farina. Ho pensato alle galline perché così daranno uova da mangiare per loro e quelle in più le potranno vendere. Ho mandato Patrik da solo a casa perché non mi andava di far nascere gelosie se lo avessero visto arrivare con me tutta addobbata di doni come la befana. Non so se è servito ma ci ho provato. Poi Patrik ha preso un grande machete, si è arrampicato su un albero e mi ha portato cocco fresco da bere!

Cosa volere di più dalla vita?!
Tornare il prima possibile! Come faccio ormai da qualche anno.
Mi spiace se ho deluso chi voleva leggere di itinerari turistici, credo che le possiate trovare ovunque, ho voluto condividere con voi le mie emozioni.
Manu


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