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IL KENYA A MODO MIO (2)

Amo questo paese, la sua terra, la sua gente, i suoi odori, i suoi colori… tutto questo scorre nel mio sangue, come una malattia incurabile.
A mio padre che mi ha insegnato il Mal d’Africa.

Estate 2007
Eccomi di ritorno da un nuovo viaggio in Kenya.
Questa volta scalo a Nairobi e dopo 6 ore volo interno per arrivare direttamente a Malindi, evitando così la strada sempre più disastrosa. 40 giorni di Africa semplice e vera. Parto quando la stagione delle piogge la fa ancora da padrone, ancora pochi muzungu in giro e molto fango. Sono sola e devo supervisionare i progetti, un po’ la cosa mi preoccupa ma so che ce la posso fare.

Vita vissuta
Questa volta scelgo una sistemazione spartana, un amico ha una stanza libera in casa sua e mi offre ospitalità: all’inizio sono un po’ titubante perché la casa è lontana dal centro abitato e dai servizi che una Malindi ormai italianizzata può offrire; mai scelta si rivelò più azzeccata: per la location (una campagna incontaminata), e per la vita semplice e genuina che mi ha saputo offrire, permettendomi, come mi ha fatto notare un mio carissimo amico, di arrivare vicinissima al mio centro.
All’inizio mi sono sentita un po’ troppo tenuta sottocontrollo, e quel bisbiglio continuo dei passanti "muzungu… muzungu… muzungu…" devo dire che mi ha un po’ innervosito, ma poi quando una signora mi ha spiegato che lì non erano soliti vedere i muzungu, tanto meno a viverci e fare la spesa così tranquillamente come facevo io, ho capito che dovevo dare tempo a tutti di accettarmi; già, anche ai bimbi che all’inizio si nascondevano e alla fine per fortuna hanno riempito la mia casa di canti, disegni e giochi.

Unica nostalgia dei confort occidentali una bella doccia calda la sera. L’acqua era fredda, ma io ce l’avevo, molti intorno a me no, perciò grande respiro di preparazione e via sotto la doccia a canticchiare ad alta voce per far sembrare la temperatura un po’ più alta e tutti fuori a ridere… già perché nella mia casa non c’erano vetri a chiudere le finestre, solo zanzariere ed inferriate perciò poca privacy e molta condivisione.
Altri aspetti caratteristici sono stati la cucina, una cucina africana, una cucina pole pole, perché il tutto veniva cotto su di un piccolo braciere (di cui ora mi sfugge il nome), quindi niente metano che ti dà una mano, ma solo makaa (carbone) e paraffina per appicciare il fuoco; il bucato tutto a mano, ovviamente e chinati a terra… gran mal di schiena tra gli sghignazzi dei miei vicini di casa che mi davano dell’imbranata perché loro a forza di strofinare riuscivano a fare una montagna di schiuma e io no (evidentemente non strofinavo bene… ah la lavatrice!); e che dire della scopa?! Minuscolo agglomerato di rametti secchi e tutte le mattine a spazzare a testa in giù! Che forti le donne africane, portano il peso della loro Africa tutto sulla schiena!

Spesso la luce se ne andava anche per giorni interi e devo dire che non ne sentivo la mancanza visto che niente lì andava con la corrente, solo delle fioche lampadine che venivano tranquillamente sostituite con le comunissime candele, e poi che dire, lì mi è stato concesso di vivere con ritmi naturali: sveglia con il sole, a nanna con il buio.
A proposito di buio, una delle esperienze più forti che ho vissuto durante questa ultima permanenza riguarda proprio il forte contrasto luce/tenebre, ora provo a spiegarmi.

Fino ad ora non mi era mai capitato di girare la notte per i villaggi, questa volta mi è capitato di camminare al buio tra le capanne illuminate da piccoli lumini e in un attimo la mia mente è volata prepotentemente a quello che abbiamo nelle nostre case italiane; un pugno allo stomaco che mi ha tolto il sonno e un po’ di pace.
Mi sposto a piedi, a volte con il boda boda, faccio spesa nei chioschetti del villaggio, e i venditori ogni giorno mi insegnano pole pole i nomi dei prodotti nella loro lingua.
Per arrivare al centro della città devo camminare una buona mezz’ora, una strada che quasi tutte le mattine faccio quando ho impegni per l’associazione, altrimenti rimango volentieri ad esplorare cosa c’è intorno a casa mia.
Il mio amico spesso mi presta il suo motorino, e mentre scorrazzo pole pole tra il fango faccio ridere molti bimbi, evidentemente poco abituati a vedere una muzungu per di più in motorino…

Il mio compleanno
Ho desiderato tanto trascorrere il mio compleanno in Kenya e finalmente questa volta è successo. È stato un compleanno strano... degli amici sapendomi "sola" mi hanno invitato a casa loro per festeggiare con la loro famiglia a casa loro vicino Mombasa. Io non me la son sentita di andare via e ho deciso di rimanere a casa, pioveva, e il mio cellulare impazziva di sms e di telefonate. Vicino a me c'erano persone che non conoscono nemmeno la loro data di nascita, qualcuno sa l'anno in cui è nato, e non ne è neanche tanto sicuro, senza orologi, senza calendari, insomma se nessuno ti dice quando sei nato, specialmente la tua mamma, come fai a saperlo!?

Un po' triste ho spento il cellulare e mi son seduta fuori casa. Una bimbetta, mia vicina di casa, orfana anche lei causa AIDS e ignara della sua data di nascita, mi si avvicina e mi dice: "oggi dovrebbe essere un giorno felice invece sei triste". Io le rispondo che è un giorno come un altro, lei si allontana e dopo un po' torna con un sacchettino di popcorn, io prendo una soda e tra un popcorn ed un sorso di coca ci mettiamo a disegnare. Mi racconta della sua storia, della sua mamma che non c’è più, del suo papà che vive con un'altra donna, del suo andare spesso in ospedale perchè spesso non si sente bene. Le chiedo se le piace il mare, risponde di sì, ma che sua zia non la porta mai perché lavora sempre. Le propongo di parlare con la zia e se le va l'indomani se c'è il sole potremmo andare al mare insieme... gran sorrisone e consenso della zia!

L'indomani c'è un bel sole, quindi promessa mantenuta. Insieme a noi si uniscono due miei amici e un altro bimbetto. Tutti al mare, gran bella giornata di sane risate, corse sulla spiaggia e tuffi in un acqua di mille colori... si può anche non badare al calendario!
Di sorrisoni quella bimba me ne ha regalati parecchi, il primo di una lunga serie me lo ha donato quando dopo diverse mattine che la vedevo andare a scuola portando sulle sue piccole manine uno zainetto pesantissimo e rotto (senza bretelle), visto che non sono solita regalare nulla, le ho chiesto se le andava di insegnarmi qualcosa in ki-swahili; lei ha accettato e dopo qualche lezione la ricompensa è stata uno zainetto nuovo... avrei voluto fare una foto a quel musetto illuminato da gioia e sorpresa, quell'immagine la porterò indelebile nella mente e nel cuore.

Rehema passava molto tempo a casa mia e spesso mi incantavo guardandola usare l’acqua; si proprio così, se usava un bicchiere per bere poi correva subito a lavarlo, voi direte che sarà mai! Questa bimba mi ha insegnato a non sprecare acqua per lavare le stoviglie o le mani stesse; ora non è facile per me spiegare a parole quei gesti attenti e premurosi per far sì che quel liquido tanto prezioso cadesse il più tardi possibile nello scarico del lavandino, ma è stato un vero insegnamento.

Patrik
L’incontro con Patrik questa volta è stato molto cercato e desiderato.
Lui avendo saputo del mio arrivo mi cercava in spiaggia, ma io questa volta la spiaggia l’ho frequentata veramente poco perché era distante dalla mia abitazione, e quelle poche volte che andavo non lo incontravo mai; passata la frenesia dei primi giorni mi son placata l’animo e mi son detta che se doveva essere lo avrei incontrato come ogni altra volta, senza appuntamento.
Una sera una signora che mi abitava vicino viene a bussare alla mia porta e mi dice: “c’è Patrik per te!” Come c’è Patrik? Dove? Come? Quando? Ripresami dallo stupore mi affaccio alla porta ma fuori è buio e io non vedo nessuno, la donna lo esorta ad avvicinarsi e nella penombra eccoti che sbuca lui, sempre più alto e più bello, ha degli occhi che esprimono ogni sua piccola emozione… gli vado incontro e lo abbraccio e lui con la sua timidezza di sempre mi saluta a bassa voce, mi dice che mi ha cercato tanto, e che chiedendo in giro qualcuno gli aveva detto dove vivessi.

Chiedo al proprietario di casa il permesso per farlo entrare e così ci facciamo una bella chiacchierata, sulla scuola, sulla sua famiglia, su quello che è successo in questi mesi. Il tempo è passato velocemente, si è fatto veramente tardi, gli chiedo se la sua mamma è a conoscenza di dove fosse a quell’ora e lui mi rassicura. Io sono preoccupata perché è notte e fuori i tuk tuk non passano di giorno figuriamoci a quell’ora e il villaggio dove vive Patrik è molto distante da lì e lui è anche scalzo! (i pericoli che corrono i piedi africani sono il mio cruccio, visto che molte volte ho dovuto medicarli). Il mio capo mi dice che c’è un materasso in più e può fermarsi a dormire, ma a me non sembra proprio il caso, se non altro per la preoccupazione della mamma che non lo vede tornare. Allora preparo un sacchettino con del pane, del latte, una piccola torcia e delle ciabatte, praticamente il necessaire per tornare a casa! Mi ringrazia, mi saluta e si avvia, fuori c’era un suo amichetto che lo aspettava, nnnaggiaaaaa.

Da quel giorno ogni due giorni Patrik veniva a casa a farmi visita, fino all’ultimo giorno. Siamo andati insieme al mercato a comprare la stoffa per una nuova uniforme e dal sarto per farla cucire, a pagare la retta per gli esami e a ritirare la pagella. Che grande emozione vedere la sua di emozione nel mostrarmi i risultati che dimostravano che si era impegnato per mantenere la promessa fatta!
E bicicletta sia! Tramite amici trovo una bici usata in buonissimo stato, la compro, la porto a casa, la lavo con cura e quando Patrik viene a trovarmi la trova appoggiata sotto l’albero di mango dove di solito ci fermavamo a parlare. Lui è rimasto venti minuti senza parlare (già è timido di suo!), la guardava e la toccava come se la carezzasse. Non aggiungo altro.

Progetti
Dopo aver fatto il giro dei bimbi che conosco nei vari orfanotrofi della zona mi sono trovata a fare una riflessione sconcertante: in più di un occasione mi sono trovata dei bimbi diversi. I bimbetti allegri che giocavano fuori magari sotto un bell’albero, ora nella maggior parte dei casi li ho ritrovati imbambolati davanti alla tv.
Mi chiedo: è questo il futuro agiato che li aspetta? Sono e rimango un po’ perplessa… ma bisognerebbe aprire un altro capitolo, quindi per ora mi fermo qui.
Noi tutti dell’associazione eravamo preoccupati perché per circa due mesi i nostri ragazzi erano soli a portar avanti i progetti senza la nostra supervisione. L’esperienza ci ha insegnato che quando rimangono soli le cose si arenano e spesso le fatiche fatte fino a quel momento in poco tempo svaniscono nel nulla, perché se non c’è continuità questo è quello che succede.

Mi sentivo molta responsabilità visto che dall’Italia tutti aspettavano mie notizie e aggiornamenti, e devo dire che con molta sorpresa e soddisfazione non ho trovato nulla di disastroso. Dopo i primi meeting con i responsabili dei vari progetti mi sono accorta che questa volta non si erano fermati, che erano ansiosi ed orgogliosi di mostrarmi che avevano continuato a lavorare anche senza la “mamma”, per il loro bene, perché tutto quello che imparano e guadagnano è la loro ricchezza, garanzia per un futuro migliore. Certo problemi e disguidi ci sono stati, ma il fatto che abbiano capito che la forza sta nella cooperazione, che i progetti sono i loro e che noi contiamo di essere solo stampelle di cui un giorno, speriamo molto vicino, potranno fare a meno, è una gran gioia e una forte spinta per andare avanti.

Safari
Se posso ad ogni mio viaggio un safari non me lo faccio mai mancare. Questa volta volevo osare di più, ma sinceramente non me la sento di spendere cifre esorbitanti, perciò ho ripiegato sul solito ed ormai ennesimo Tsavo Est che sa sempre emozionarmi e sorprendermi.
Una notte in campo tendato la consiglio a tutti, la vicinanza con la savana è veramente forte e questo mi piace molto. La sera rimango spesso sveglia con le orecchie dritte a percepire ogni rumore, ogni verso degli animali che girano lì intorno indisturbati.
Lo dico sempre ai miei compagni di viaggio che fare un safari con me è una garanzia, modestia a parte ogni safari è sempre meglio, ricco di animali di ogni specie, sarà merito della mia guida di fiducia, sarà merito di una sfacciata fortuna che mi accompagna… qualcosa sarà, chi lo sa!

Oltre alle solite bestioline che girano indisturbate nella bella e arida savana antilopi di ogni genere, zebre, giraffe, hippo, babbuini, iene, facoceri, mandrie di bufali da annerire l’orizzonte, struzzi, coccodrilli, elefanti, aquile e miriadi di specie di volatili dai mille colori; mi son goduta delle scene veramente da documentario:
Leonessa in dolce attesa vogliosa di aggredire qualche bufalo dall’altro lato della strada, ostacolata purtroppo da un ingorgo di pulmini che sembrava di essere all’ora di punta sul grande raccordo anulare;
Leone che si abbevera in una pozzanghera;
Due leonesse e cuccioli col muso rosso di sangue a far colazione con un bufalo che nella legge del più forte è risultato il più debole;
Mamma ghepardo con i suoi quattro cuccioli a giocare e rincorrersi sul ciglio della strada.

In questa ultima occasione essendo stati i primi ad avvistarli ci siamo potuti godere buoni minuti di solitudine e silenzio assistendo ad uno spettacolo della natura veramente emozionante, ammirando un animale elegante e fiero come pochi.

Il mio Basilico
Adoro la cucina swahili, i sapori africani mi saziano e fanno bene al mio organismo ma ogni tanto mi prende la voglia di pasta italiana, che anche i miei amici non disdegnano anche se alcuni sono soliti ucciderla con una bella spremuta di lime su una montagna di costosissimo parmigiano. Un giorno mentre giravo tra le campagne mi sono trovata davanti una trentina di piante di basilico piantate fuori una capanna. Non credevo ai miei occhi, mi sono avvicinata e trovato il padrone ho chiesto di poterne avere una.
La trattativa è stata molto lunga perché il tipo non voleva saperne, alla fine ce l’ho fatta, grazie all’intervento di un mio amico driver di tuk tuk. Arrivo a casa che quasi toccavo il cielo con un dito, tutti mi guardano e non capiscono il perché, anche se ormai sono abituati al mio emozionarmi con poco. Senza parlare mi metto a cercare il posticino giusto e con amorevole cura adagio le mie piantine sotto terra. I miei amici mi guardavano incuriositi chiedendosi chissà che razza di erba miracolosa fosse quella e uno di loro si è subito dato da fare creando una protezione con dei piccoli bastoni tutti intorno.

Mi raccomando a tutti loro di aver cura di quelle piantine in mia assenza perchè quando tornerò le voglio cresciute e in salute!
Hanno capito che razza di pianta fosse quando dal giorno dopo ho iniziato con una buona spaghettata, a seguire una gustosissima panzanella e poi da lì ogni giorno aggiungevo il mio basilico anche ai già buonissimi piatti locali.
Dall’Italia ripenso spesso a quella piantina di origine italiana che ha messo le sue tenere radici in una terra lontana, dura e arida e spero tanto che con il tempo si irrobustisca e cresca in una terra straniera che l’ha accolta come solo Mama Africa sa fare.

Il Rituale
Mi è anche capitato di partecipare ad un rituale con tanto di sacrificio di un povero capretto.
É stata una cerimonia emozionante secondo un rituale per togliere le invidie e le cattiverie (da me si chiama malocchio).
Tutta la famiglia si è riunita e seduta a terra, la persona che pensava di avere queste invidie contro di lui era seduto davanti con il capo chino e dietro di lui un maestro di cerimonia. Tutto il resto della famiglia intorno.
Mentre l'incenso bruciava, il maestro pregava in arabo e le persone rispondevano. Ad un certo punto gli uomini sono usciti ed hanno (purtroppo) sacrificato il capretto.
Ci credete se vi dico che nel momento in cui la bestiola ha smesso di belare si è alzato un vento tremendo?!
In poco tempo quel sacrificio è divenuto cibo da offrire a vicini e parenti per far si che se qualcuno aveva delle malignità contro quella persona si sarebbe purificato.
Boh, ancora a scriverlo ora mi sembra strano, però vi assicuro che è stata una di quelle esperienze che ti catapultano in un'altra dimensione.
Manu


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