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Le favole di Tutto Kenya

I LIBRI : leggeteli, diffondeteli più che potete!!!
Per i bambini africani, come per noi in Europa, le favole rappresentano il modo migliore per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato nella vita. Spesso hanno come protagonisti gli animali: scimmie, coccodrilli, leoni, ippopotami, elefanti... vivono, sentono, pensano, parlano come gli uomini e rappresentano personaggi e situazioni della vita reale. Altre favole si svolgono in un ambiente quotidiano, si riferiscono a luoghi reali e a situazioni che si riferiscono a tradizioni ed abitudini caratteristiche dell'Africa, con i suoi colori ed i suoi suoni.
Sempre però, questi racconti illustrano un principio morale pratico, un utile insegnamento: vi invitiamo ad avvicinare, attraverso la lettura, le tradizioni di questa terra lontana e ricca di fascino e di contraddizioni.
Queste favole provengono dalla tradizione orale della penisola di Nyandiwa: sono arrivate via e-mail sino a noi, oppure scritte e illustrate su semplici fogli di quaderno: alcune sono state illustrate dalle scuole italiane, che le hanno trasformate in pagine Web e in formato e-book... altre aspettano la vostra collaborazione per trasformarsi in libri!
Leggetele con attenzione: troverete insegnamenti familiari espressi con parole nuove o diverse... ricordate, sfogliando queste pagine, che esse raccontano la vita quotidiana di terre lontane, dove le abitudini e le usanze sono spesso diverse dalle nostre!





LA SCIMMIA E IL COCCODRILLO
LA FAVOLA DI NYAMGONDHO
IL RAGAZZO E L'ASINO
LA LEPRE, L'IPPOPOTAMO E L'ELEFANTE
ATIENO E ADHIAMBO
LA RAGAZZA CHE SPOSO' UN PAPPAGALLO
LWANDA MAGERE
COME IL BABBUINO VANITOSO SI RITROVÒ COL SEDERE PELATO
IL PAPPAGALLO INTELLIGENTE
IL TAGLIO DELLA CHIOMA DEL LEONCINO
LA VECCHIA SIGNORA, IL GATTO E I TOPI
LA LEPRE VANITOSA IMPARA LA LEZIONE
SIMBI NYAMA LA LEPRE E LA IENA
LA LEPRE, LA CAPRA E IL LEONE
LA IENA AFFAMATA





LA SCIMMIA E IL COCCODRILLO

Tanto tempo fa, la scimmia era molto amica del coccodrillo; non trascorreva giornata che i due amici non si ritrovassero per vedersi e chiacchierare.
Il coccodrillo viveva nel lago e la scimmia su di un albero di mango, vicino al lago, cosicchè ogni mattina e sera il coccodrillo usciva sulla riva e chiacchierava con la scimmia.

Un giorno la mamma del coccodrillo si ammalò gravemente. Il coccodrillo, disperato, andò a trovare tutti i dottori del vicinato, ma nessuno riuscì a farla guarire.
Il coccodrillo portò allora la madre da un dottore stregone, il quale gli disse che sua madre poteva guarire soltanto mangiando il cuore di una scimmia.

Il coccodrillo si chiese come avrebbe potuto ingannare la scimmia, che era la sua migliore amica, ma alla fine decise di sacrificare la sua amica poiché la vita della madre era più importante. Andò così dalla scimmia e la invitò a casa sua. La scimmia disse che non sapeva nuotare ed aveva paura dell'acqua, ma il coccodrillo la rassicurò dicendole che l'avrebbe portata sulla sua schiena e non ci sarebbe stato alcun problema. La scimmia accettò.

Il loro viaggio iniziò abbastanza bene, con la scimmia sul dorso del coccodrillo; ma, povera scimmia, quando furono nel mezzo del lago, il coccodrillo incominciò a nuotare immerso più profondamente nell'acqua.
La scimmia, molto spaventata, chiese al suo amico di fare più attenzione, altrimenti lei si sarebbe bagnata.

A questo punto il coccodrillo le rivelò che sarebbe diventata la "medicina" per sua madre; le confessò che in realtà non l'aveva invitata per averla ospite a casa sua, ma che in effetti ciò che lui voleva era il suo cuore.
La scimmia non aspettò che il coccodrillo ripetesse la storia e non domandò nessun chiarimento; finse invece di rimproverarlo per non averle detto subito che tutto ciò di cui aveva bisogno era il suo cuore. Poi gli spiegò con rammarico che le scimmie non portano mai con sé il loro cuore, quando vanno a trovare qualcuno o quando partono per un viaggio: se veramente aveva bisogno del cuore di una scimmia, doveva riportarla alla riva, dove gli avrebbe donato volentieri il proprio cuore.

Nell'udire questo, il coccodrillo nuotò molto velocemente verso la casa della scimmia e raggiunse la riva in un attimo. La scimmia era felice di averla scampata bella; cercò sull'albero dove abitava un grosso frutto di mango e disse al coccodrillo di aprire bene la bocca.
Tirò il mango con tutta la sua forza e colpì il coccodrillo in modo da fargli male.

Il coccodrillo si inabissò nelle acque del lago piangendo forte, mentre la scimmia gli gridava che la loro amicizia era finita, perché lui non era un tipo di cui fidarsi.
E da quel giorno fino ad oggi la scimmia e il coccodrillo non sono più amici.

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LA FAVOLA DI NYAMGONDHO - MITO DEL POPOLO LUO

Nel paese dei Gwassi, a Nyandiwa, viveva un povero pescatore, assai vecchio, di nome Mae.
Era così povero, che a volte restava senza mangiare anche per due giorni di fila.
Aveva una rete per pescare, ma quando la buttava nel lago, gli procurava assai pochi pesci.

Ogni mattina, prima di tentare la fortuna, sputava della saliva verso est e pregava Dio:
“O Dio, il Dio dei nostri padri, Tu mi hai creato in questo mondo; perché mi hai dimenticato e mi fai soffrire così tanto? Per favore fammi essere felice come le altre persone”. Nonostante le sue preghiere però continuava ad essere povero.

Una mattina, stanco ed affamato, decise di provare ancora a gettare la rete.
Stava già disperandosi, quando sentì che la rete era pesante. Tirò con tutte le sue forze, sperando che fosse un grosso pesce.
Con sua grande sorpresa trovò nella rete una vecchia. Stava per ributtarla nel lago, quando la vecchia gli chiese di aiutarla ad uscire dall'acqua e di portarla a casa.
Egli trovò la vecchia simpatica, la portò a casa e mangiarono il poco che c’era.
La vecchia si chiamava Nyamgondho, che significa “fuori dalla rete”. Disse al pescatore di non preoccuparsi, perché le sue preghiere erano state ascoltate.

Quando il giorno dopo si svegliarono, Mae trovò intorno alla casa del bestiame: capre, galline, pecore e la donna gli disse di costruire un recinto per gli animali.
La vita di Mae cambiò immediatamente. La vecchia costruì una bella casa e chiese a Mae di sposarla.
In seguito Mae sposò diverse donne, non una sola, che gli diedero molti figli.

Presto dimenticò la sua povera vita ma cominciò a bere. Mae beveva molto ed a volte non era neanche capace di tornare a casa.
Tornando a casa parlava ad alta voce, vantandosi di tutte le cose belle che aveva avuto in dono. La sua casa aveva solo un’entrata ed era circondata da una robusta palizzata.

Un giorno, dopo aver bevuto molto, arrivò a casa e trovò tutti addormentati. Chiamò a lungo, ma nessuno venne ad aiutarlo.
Allora si arrabbiò e cominciò a gridare, chiedendo: “Chi è il padrone della casa?”
Anche la donna che aveva trovato nel lago in quel momento non lo udì, ma poi si svegliò.
La vecchia aveva ascoltato per tanto tempo tutto quello che il pescatore aveva detto e fu molto dispiaciuta quando sentì la sua frase. Si alzò ed aprì il cancello.
Il pescatore continuò a brontolare finché non si addormentò.
Allora la vecchia si vendicò. Incominciò a dire: ”Tutto ciò che in questa casa è entrato secondo il mio desiderio, se ne vada”.
Animali, galline, bambini, si misero in fila verso il lago da dove erano venuti, con le donne.
Nella casa non rimase neppure una pentola.

Quando Mae si svegliò, si trovò in una casa vuota. Incominciò a chiedere scusa per il suo errore, ma era troppo tardi. Ogni cosa era andata nel lago.
Mae stava a guardare, appoggiando il mento al suo bastone… Rimase lì finché si trasformò in un grande albero, sostenuto dal suo bastone. Della casa rimasero le pietre che la circondavano.
Gli animali e gli uccelli ed i bambini che andarono nel lago avevano lasciato le loro impronte sulla riva ed ancora oggi si possono vedere.

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IL RAGAZZO E L'ASINO


Un giorno un ragazzo catturò e uccise un topo bello grosso e grasso. Egli decise di farlo arrosto e mangiarlo. Mentre però cercava la legna per arrostire il ratto, suo padre vide il topo morto e lo gettò via.
"Dov'è il mio topo?" chiese il ragazzo e cominciò a piangere.
"Io ho visto un topo dall'aspetto proprio brutto e l'ho buttato via" - disse il padre. " Non devi mangiare i topi! Per consolarti, ti regalo un berretto!".
Così il ragazzo ricevette un berretto; era vecchio e malridotto, ma gli piacque lo stesso. Se lo mise in testa e se ne andò a fare un giro.

Trovò un uomo che stava fabbricando un'accetta, seduto accanto ad un fuoco.
"Che cosa stai facendo?" - chiese il ragazzo.
"Sto fabbricando un'accetta". Dopo aver chiacchierato per un po', il ragazzo si tolse il berretto e si mise a dormire.
L'uomo, vedendo quel berretto così malridotto, lo prese e lo buttò nel fuoco.
Quando il ragazzo si svegliò, pianse per il suo berretto.
"Non piangere" - disse l'uomo. "Per consolarti, ti regalo questa accetta".
L'accetta non era di buona qualità, ma al ragazzo piacque lo stesso e la prese.

Dopo aver camminato per un buon tratto, trovò delle donne che stavano tagliando la legna per il fuoco e offrì loro l'accetta da usare.
Una delle donne per sbaglio la ruppe. "Oh povera me!" pianse la donna. "Che cosa posso fare? Ti darò questo porridge, che è l'unica cosa che ho qui".
Il porridge non era molto buono, ma il ragazzo lo prese e proseguì la sua strada.

Cammina cammina, arrivò sulle rive di un lago e decise di fare un bagno. Mentre nuotava, giunse un'anitra, che si mangiò tutto il porridge.
Quando il ragazzo venne a riva, rimase sconcertato, ma l'anitra gli disse di non preoccuparsi. "Ti darò una delle mie uova".
Il ragazzo si mise l'uovo fra le labbra e riprese a nuotare. Ad un tratto vide un bel pesce grasso.
"Devo catturare quel pesce" - disse, parlando a se stesso. Mentre diceva quelle parole, l'uovo gli sfuggì di bocca e cadde nell'acqua.
Il ragazzo comunque non si arrese e catturò il grosso e grasso pesce.
Andò al mercato e riuscì a venderlo; con i soldi guadagnati, comprò un asino. Il somaro piacque alla gente del villaggio: caricarono tutte le loro merci sul suo groppone e l'asino le portò al mercato.
Gli abitanti del villaggio quel giorno vendettero tutte le loro mercanzie e guadagnarono un sacco di soldi e questo rese il ragazzo molto felice.

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LA LEPRE, L'IPPOPOTAMO E L'ELEFANTE

Molto tempo fa viveva nella foresta un animale, che era piccolo di taglia, ma era molto astuto.
Il nome di questo animale era LEPRE, ma era conosciuto anche come CONIGLIO.
La lepre trovava il modo di sopravvivere nella società grazie ad arguti stratagemmi.
Un giorno pensò di usare uno stratagemma ingannevole per ottenere qualcosa dai suoi due amici, del tutto ignari.
Andò dall' IPPOPOTAMO in riva al lago e, dopo una lunga chiacchierata col suo amico, gli propose di fare una gara: gli disse che senza alcun dubbio con la sua forza sarebbe riuscita a trascinarlo fuori dalle acque del lago.
Per l' Ippopotamo questa sfida era veramente ridicola, perché sapeva che la lepre era piccola di taglia e non avrebbe mai potuto avere la forza sufficiente per trascinarlo fuori dall'acqua.
Data l'insistenza della Lepre tuttavia alla fine accettò la sfida e si preparò per la gara.
La Lepre, non appena si fu allontanata da quel luogo, si chiese quale altro amico potesse essere disposto a mettere alla prova la propria forza contro quella dell'Ippopotamo.Le venne in mente immediatamente il suo amico ELEFANTE.
Si precipitò allora verso la casa dell'Elefante e lo trovò. Dopo aver chiacchierato per un po' di tempo, la Lepre propose lo scherzo della gara di forza anche all'Elefante. .
Mister Elefante rise tanto da farsi venire il mal di pancia; egli era convinto che la Lepre stesse scherzando. La lepre però sembrava determinata e decisa a sostenere quella sfida.
Il Signor Elefante voleva conoscere i motivi di quella proposta, ma la Signora Lepre con decisione disse che voleva soltanto provare all'Elefante che la sua piccola stazza non significava mancanza di forza. Alla fine riuscì a convincere l'Elefante, che accettò la sfida e chiese alla Lepre di procurare le attrezzature per la gara.

La signora Lepre sembrava allegra; se ne andò via promettendo che avrebbe sistemato tutto nel modo migliore.
Immediatamente andò a procurarsi una fune da usare per la gara.
Identificò un punto equidistante dai due luoghi in cui si trovavano l'Ippopotamo e l'Elefante: di lì avrebbe guardato i due amici che, senza saperlo, si sarebbero tirati l'un l'altro!
Comprò anche un fischietto, da usare per dare il segnale di inizio della partita.

Poi andò in riva al lago a cercare il Signor Ippopotamo.
"Mister Hippo!" - lo chiamò - " Ti ho portato la fune e posso darti tutte le altre istruzioni necessarie.
Primo: quando senti il suono del fischietto, inizia a tirare la fune.
Secondo: non devi iniziare a tirare la fune prima del segnale di partenza, altrimenti sei squalificato e perdi la sfida".
Dopo aver detto ciò, la Lepre lasciò il primo capo della fune al Signor Hippo.
Dalla parte opposta, la Signora Lepre portò l'altro capo della fune al Signor Elefante. Lo trovò pronto, che stava aspettando di iniziare la gara.
Allora la Lepre ritornò indietro, a metà strada fra l'Ippopotamo e l'Elefante, e fischiò con forza.
Si era arrampicata su di un albero molto alto, per poter vedere tutti e due i suoi amici, mentre si tiravano l'un l'altro!

La gara incominciò. Ciascuno dei due amici della Lepre sudava moltissimo.
Era una faticaccia per ambedue e si chiedevano meravigliati come la Lepre potesse farcela a trascinarli fuori dalla loro postazione.
Voi potete immaginare la scena: l'Elefante faceva un passo indietro e uno avanti fra gli enormi alberi e si spiaccicava contro i cespugli, afferrandosi ai rami per riorganizzare la resistenza.
La Lepre invece se la spassava e si divertiva un mondo; rise e rise tanto, da farsi venire le lacrime agli occhi e il mal di pancia.

Dopo aver tirato la fune per un bel po' di tempo però l'Ippopotamo e l'Elefante si incontrarono a metà strada e si chiesero meravigliati perché mai si stessero tirando l'un l'altro!!
Ciascuno dei due si meravigliò di essere stato preso in giro dalla signora Lepre e si ripromisero di punirla insieme la prima volta che l'avessero incontrata.
La Lepre nel frattempo era scattata via e scomparve per sempre; la gara finì in questo modo, fra lo stupore e la meraviglia.
Ma è veramente una buona cosa fare uno scherzo del genere ad un amico? A voi la risposta!

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ATIENO E ADHIAMBO

C'erano una volta due sorelle, che un giorno si inoltrarono nella foresta alla ricerca di legna da ardere. I loro nomi erano Atieno e Adhiambo.
Mentre Adhiambo faticava a raccogliere legna, Atieno giocava e non si poneva alcun problema.
Quando giunse il momento di tornare a casa, Adhiambo aveva un'enorme fascina di legna, mentre Atieno ne aveva una molto piccola.
Adhiambo pregò Atieno di aiutarla almeno a mettere la fascina in testa. Ma ecco che Atieno, mentre fingeva di aiutare Adhiambo, si sistemò la fascina sul proprio capo, lasciando la sorella in difficoltà. Atieno soddisfatta tornò a casa portando la grossa fascina di Adhiambo.
Quest'ultima prima di tornare a casa, decise di passare a trovare uno zio; mentre camminava, cominciò a cantare. Cantava così: ADHIAMBO MAKOKAWO JENDA TINGO TERO (2 volte) AN ADHIJO KAMNARA DONGIURU GA ADHIARIBONO (2 volte).

Durante il cammino, incontrò una vecchia donna che trasportava una pesante fascina di legna.
La vecchia chiese ad Adhiambo di aiutarla. Adhiambo accettò prontamente e trasportò la legna fino alla casa della vecchia donna; poi continuò il suo viaggio, cantando:
ADHIAMBO MAKOKAWO JENDA TINGO TERO (2 volte) AN ADHIJO KAMNARA DONGIURU GA ADHIARIBONO (2 volte).

Adhiambo proseguì il suo cammino, finché arrivò nei pressi di un fiume, dove incontrò una donna che si stava lavando. La donna non riusciva a lavarsi bene la schiena e chiese ad Adhiambo di aiutarla.
Lei accettò di buon grado e lavò la schiena della donna. Quindi si rimise in viaggio verso la casa dello zio.
Arrivata, trovò lo zio che stava cucinando. Lo zio le chiese di stare attenta alla pentola, ma di non aprirla; se l'avesse aperta, il cuoco glielo avrebbe rivelato.
Adhiambo si occupò della pentola fino al ritorno dello zio. Il cuoco disse: "Oko ee loo …….Oko ee loo…" cioè: "Non ha aperto la pentola".
Quando lo zio tolse il coperchio, dalla pentola vennero fuori bracciali, anelli, collane, orecchini. Lo zio diede tutto alla nipote, che ritornò felice a casa a mostrare i regali alla sua famiglia.

Quando Atieno vide Adhiambo carica di regali, divenne gelosa e decise di andare anche lei a casa degli zii, cantando la stessa canzone di Adhiambo:
ADHIAMBO MAKOKAWO JENDA TINGO TERO (2 volte) AN ADHIJO KAMNARA DONGIURU GA ADHIARIBONO (2 volte)
Anche lei incontrò la vecchia donna con la fascina di legna, che le chiese di aiutarla. Atieno rispose: "Onyo ho nyoho, sono forse io quella che aspettavi? Se non fossi arrivata, chi mai ti avrebbe aiutato?".
E se andò, lasciando la vecchia donna ad affaticarsi con la pesante fascina di legna.
Incontrò poi una donna al fiume; anche a lei la donna chiese di lavarle la schiena, ma Atieno rispose: "Onyo ho nyoho, sono forse io quella che aspettavi? Se non fossi arrivata, chi mai ti avrebbe aiutato?". E se ne andò.
Continuò il suo viaggio fino alla casa degli zii. Trovò lo zio che cucinava qualcosa in una pentola; lo zio le chiese di badare alla pentola fino al suo ritorno, ma le raccomandò di non aprirla, altrimenti il cuoco glielo avrebbe riferito. Per un po' Alieno badò tranquillamente alla pentola, ma alla fine la aprì.

Quando lo zio tornò, il cuoco disse: "Ole loo …..Oe…loo" cioè "Ha aperto la pentola".
Lo zio tolse il coperchio e nella pentola c'erano api, termiti, vespe.
Atieno dunque non venne ricompensata, poiché era una ragazza cattiva.

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LA RAGAZZA CHE SPOSO' UN PAPPAGALLO


Ai piedi delle colline di Ramula viveva un uomo di mezza età chiamato Kondo. I suoi figli erano tutti robusti e crescevano rapidamente. Diversi anni dopo però la moglie di Kondo rimase nuovamente incinta. Quando arrivò il momento, con sorpresa degli abitanti del villaggio, diede alla luce un pappagallo.
Kondo si infuriò e voleva che il pappagallo fosse immediatamente ucciso, ma sua moglie non volle sentirne parlare. Rifiutò dicendo che non dovevano osare rifiutare colui con cui “Obongo Nyakalaga”, il creatore, li aveva benedetti.
Il pappagallo cresceva forte e robusto ogni giorno, però era evitato dai suoi coetanei e dai suoi stessi fratelli. Spesso gli dicevano: “Vai a giocare con gli uccelli! dopo tutto tu sei uno di loro!”. Così il pappagallo dovette accontentarsi della compagnia di un corvo.
Ogni anno che passava egli cresceva sempre più grande e vigoroso. Un giorno disse a sua madre: “Tutti i miei fratelli e sorelle sono sposati. Anche io voglio iniziare una famiglia.”
“Oh figlio mio, ma hai trovato una fanciulla che ami?” chiese lei.
“No madre, non prima che tu mi dia il permesso di farlo” rispose il pappagallo.
Il mattino dopo di buon’ora il pappagallo lasciò casa e volò verso la lontana terra di Seme, finchè non arrivò nei pressi di quattro ragazze che stavano andando a prendere acqua ad un torrente. Una di loro era molto bella. Il pappagallo scese a terra e si nascose in un cespuglio dietro di loro. Quando le ragazze ripartirono verso casa, egli le seguì di nascosto e seppe con sicurezza chi avrebbe voluto come moglie.
Seguì la ragazza che gli piaceva fin verso casa, cantando:
“Tu Achupa, bella e affascinante figlia di Olise, io ti sposerò; tu sarai mia moglie. Se non lo vorrai, tu morirai”.
Quando gli abitanti del villaggio udirono la spaventosa canzone, uscirono tutti per scacciarlo. Essi lanciarono lance, frecce e bastoni per ucciderlo, ma invano. Olise consultò gli anziani del villaggio che discussero il da farsi. Sembrava che non ci fosse altra soluzione, se non che Achupa sposasse il Pappagallo.

Così vestirono Achupa del suo abito nuziale e la agghindarono. Poi la presentarono al Pappagallo. Con tutto il corteo matrimoniale pronto, il pappagallo si avviò volando verso la sua casa di origine, controllando da vicino Achupa che camminava con i suoi parenti. Camminarono per lungo tempo e quando iniziarono ad essere stanchi il pappagallo volò alle loro spalle. Staccò una delle sue piume e la fece a pezzi. Immediatamente comparvero molti servitori ed un sacco di cibo, che li sostenne nel loro viaggio. Finalmente dopo due mesi di cammino giunsero al villaggio del pappagallo e si presentarono alla sua famiglia.
Contro ogni previsione, durante la prima notte di Achupa nella capanna del Pappagallo, avvenne un fatto straordinario! Con enorme sorpresa e gioia Achupa scoprì che suo marito si era solo camuffato da uccello.
In realtà Achupa aveva sposato un giovane uomo molto bello! Lui le rivelò il suo segreto e le mostrò il mantello di piume in cui si nascondeva.
La mattina dopo il pappagallo volò fuori come al solito. I suoi suoceri corsero alla capanna aspettandosi il peggio, invece trovarono una sposa felice. Non potevano credere che una ragazza così bella volesse sposare un pappagallo e cercarono in ogni modo di convincerla a lasciarlo, ma invano.
Quando suo marito tornò a casa, Achupa gli raccontò cosa era successo, mentre lui era via, e risero insieme.
Il giorno dopo il pappagallo decise di rivelare la verità agli abitanti del villaggio che si erano radunati fuori dalla capanna. Di fronte a loro stava un bel giovane uomo, di cui ogni genitore sarebbe stato molto orgoglioso. Dopo che ebbe soddisfatto la loro curiosità, gettò il suo mantello di piume nel fuoco e presto comparvero centinaia di servitori, mandrie di mucche e capre e molte altre cose di valore. La coppia da allora visse felice e furono benedetti da molti figli.

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LWANDA MAGERE

Nel paese dei Luo, nelle pianure Kano viveva una persona famosa , che si chiamava Lwanda Magere (Lwanda significa roccia ). Era assai noto per la sua forza in battaglia. Poteva uccidere chiunque lo attaccasse.
Nel paese vicino vivevano i Kalenjin, che creavano sempre problemi ai Luo. Di solito vincevano i Luo e tornavano a casa con tutte le mucche che avevano catturato ai nemici.
Dopo qualche tempo i Kalenjin pensarono di vincere con l'astuzia e diedero in sposa una loro ragazza a Lwanda Magere. La prima moglie di Lwanda non era affatto contenta di questo e disse a suo marito che la sua vita era in pericolo. Lwanda però le rispose che le prime mogli sono sempre gelose delle altre e non le diede retta.
La ragazza in realtà era una spia che doveva capire da dove gli venisse la sua grande forza. In una bella giornata Lwanda si ammalò e la sua prima moglie non c'era.
Lwanda era troppo malato per stare seduto e se ne stava a letto gemendo per il dolore. Poi chiamò la sua seconda moglie perché lo aiutasse. Le disse di prendere una lama di rasoio con una medicina e di raschiare la sua pelle finché il sangue fosse uscito e poi mettere la medicina sulla ferita. Però la moglie non riuscì perché il corpo era troppo duro. Allora Lwanda le disse di tagliare la sua ombra, e immediatamente il sangue uscì e la medicina venne messa sulla ferita.

La ragazza aveva scoperto da dove veniva la forza dei Luo. Raccolse tutte le sue cose e tornò a casa molto orgogliosa di quello che aveva scoperto. Quando stava per raggiungere la sua casa cominciò a gridare per la gioia e la gente si radunò intorno a lei per sentire quello che aveva fatto. I Kalenjin dichiararono subito guerra. Arrivarono in gruppi di giovani e vecchi per combattere i Luo.

Quel giorno Lwanda uccise tutti quelli che poteva. Verso sera, quando i kalenjin erano ormai disperati, venne un guerriero con una lancia e colpì l'ombra di Lwanda. Il grande uomo fece un balzo in aria e quando ricadde con un tonfo era già morto. I Luo si misero a scappare più in fretta che potevano, perché non avevano più nessuno che li difendesse Vi furono grandi lamenti per Lwanda e molti gemiti di donne e canti di morte. Quando il giorno dopo i Luo andarono a prendere il corpo di Lwanda per seppellirlo trovarono al suo posto una grande roccia. Rimasero assai sorpresi di questo fatto e incominciarono ad affilare le loro zagaglie e coltelli sulla roccia. Fino ad oggi si è conservata la credenza che i Luo saranno vittoriosi se affileranno le loro armi su questa roccia.

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IL BABBIUNO VANITOSO

Molti molti anni fa il babbuino era la scimmia più bella della foresta. Era molto agile e sapeva saltare con estrema facilità dalla cima di un albero ad un’altra.
Quando gli animali andavano a rubare nei campi dell’uomo, il babbuino riusciva sempre a svignarsela e se la rideva dei suoi cugini, scimmie e scimpanzé, che avevano la disavventura di essere catturati e malmenati in modo spietato.
Li prendeva in giro dicendo: “Oh poveretti! Come mai siete stati lenti come una tartaruga? Quando sentite il pericolo, dovete imparare ad essere veloci come me!”.
Un giorno gli animali decisero di andare a rubare il granoturco nei campi dell’uomo. Il babbuino, veloce, arrivò prima degli altri; mangiò a sazietà e si portò a casa alcune pannocchie. Poi, malignamente, ritornò verso il campo e dall’alto di un albero gridò all’uomo: “Corri,corri! dei ladri stanno per fare un banchetto col tuo granoturco!”.
L’uomo si precipitò nel suo campo e, prima che gli animali riuscissero a fuggire, ne uccise parecchi con le frecce avvelenate. Il babbuino si godette allegramente lo spettacolo di quella tragedia dall’alto del suo appostamento.

Col passare del tempo gli animali erano sempre più stanchi del comportamento del babbuino. Lo evitavano e cercavano di non parlare fra di loro, quando lui era a portata d’orecchio.
Un pomeriggio il babbuino incontrò una scimmia che stava sbucciando una banana matura, che costituiva il suo unico pasto per quel giorno. Senza dire una parola, strappò la banana dalle mani della scimmia. Se la mangiò avidamente e, quando ebbe finito, gettò la buccia sul muso della povera scimmia.
La scimmia per un momento fissò impietrita il babbuino, poi gli chiese: “ Perché hai fatto questo?”.
Per tutta risposta il babbuino replicò: “Per insegnarti ad essere veloce, quando trovi delle deliziose banane da mangiare”.
La scimmia se ne andò via triste e umiliata, mentre il babbuino sghignazzava a gran voce. La poveretta raccontò agli altri animali quanto era successo ed essi si arrabbiarono molto. Decisero che si doveva metter fine al comportamento inaccettabile del babbuino.
Organizzarono una gara, che consisteva nel sedersi su di un tronco d’albero e farsi scivolare giù da una ripida collina. Chi avesse impiegato meno tempo a scendere, sarebbe stato proclamato vincitore. Venuto a conoscenza della competizione, il babbuino vanitoso era convinto di poter essere il vincitore. Desideroso di dimostrare le sue capacità superiori, si sedette sulla corteccia dura e ruvida di un tronco d’albero, sistemandosi nella posizione più comoda.
Quando il babbuino stava per partire, la scimmia gli sfilò il tronco da sotto il sedere, mentre lo scimpanzé lo spingeva giù verso il fondo della collina. Pensando che gli animali avessero fatto ciò per errore, il babbuino si mise ad urlare e a chiedere aiuto, ma i suoi appelli disperati giungevano ad orecchie sorde. Le pietre taglienti e gli arbusti spinosi lungo il ripido percorso in discesa gli procurarono un dolore insopportabile e gli scorticarono il sedere ad un punto tale che gli sembrava di stare seduto sui carboni ardenti.
Tutti i suoi tentativi di aggrapparsi alla vegetazione lungo il tragitto furono resi vani dagli animali, che continuavamo a spingerlo giù dalla collina.
Egli urlava per il dolore, mentre gli altri animali si univano alla scimmia nel deriderlo. Lo sbeffeggiavano chiedendogli: “Ma tu non sei il più forte di tutti noi?”.
Quando finalmente il babbuino fu arrivato in fondo alla discesa, si precipitò in un ruscello lì vicino, per rinfrescarsi il suo povero sedere dolorante. Ma il dolore tremendo non si calmava; e intanto gli altri animali schiamazzavano e ridevano.
“Guardate il suo sedere, di colore rosso scarlatto” – gridava ridendo la iena – “Fremo dalla voglia di vederlo saltare da un albero all’altro con le sue belle chiappe rosse!”
Il babbuino fuggì via e si nascose nel profondo della foresta. Egli fece molti tentativi per guarire le ferite con le più svariate erbe medicinali, ma finora le cure non hanno sortito un buon risultato: il babbuino è rimasto col sedere rosso e pelato.
Così ha capito che l’orgoglio e la vanità portano alla fine ad una caduta umiliante.

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IL PAPPAGALLO INTELLIGENTE

C'era una volta un pappagallo; il suo nome era CHICU.
Viveva fra i rami di un albero di mango, dove si era fabbricato un bel nido. Chicu era un pappagallo dall'aspetto incantevole e intelligente; non solo aveva una bella voce, ma anche aveva il dono naturale di saper fare l'imitazione di molte altre voci e suoni, come il pianto di un bambino, la tosse di una persona, l' abbaiare di un cane, il canto degli altri uccelli e così via.
Era veramente un grande piacere ascoltarlo cantare; chiunque passasse vicino all'albero di mango, si fermava incantato ad ascoltare il suo canto o le sue imitazioni.
Durante una calda e arida estate, un giorno il pappagallo era molto assetato. Volò qua e là, per tutto il territorio intorno all'albero di mango, alla ricerca dell'acqua, ma sfortunatamente non riuscì a trovare in nessun luogo neppure una goccia d'acqua,
Chicu era così assetato, che sentiva che non sarebbe vissuto a lungo se non avesse trovato l'acqua. Siccome aveva volato per lungo tempo alla ricerca dell'acqua, era stanchissimo, così si posò sul ramo di un albero, per riposarsi un po'.
Proprio mentre se ne stava appollaiato sul ramo, ad un tratto vide sotto l'albero un vaso con dentro dell'acqua. Nel vedere quel vaso esultò e felice si precipitò giù per bere nel recipiente, ma la sua delusione fu enorme, quando scoprì che il livello dell'acqua era molto basso e il collo del vaso era così stretto, che era impossibile far passare il becco, per raggiungere l'acqua.
Chicu era sconvolto, perché era veramente una questione di vita o di morte. Mentre se ne stava lì disperato, sul bordo del vaso, scorse alcuni ciottoli sparpagliati intorno. Guardando quei ciottoli, gli venne un'idea straordinaria.
Con gran sollievo, cominciò ad afferrare col becco i ciottoli, uno per uno, e a lasciarli cadere dentro nel vaso.
Man mano che il pappagallo buttava i sassi dentro nel vaso, il livello dell'acqua cresceva. Dopo aver lavorato per un bel po' di tempo, Chicu vide che il livello dell'acqua aveva ormai raggiunto la sommità del vaso.
Felice, il pappagallo cominciò a bere l'acqua e così con la sua intelligenza salvò la propria vita.

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IL TAGLIO DELLA CHIOMA DEL LEONCINO

Il leone, il re degli animali, era geloso della tartaruga. Gli altri animali infatti parlavano sempre della saggezza e dell'intelligenza della tartaruga e pensavano che la tartaruga avrebbe dovuto essere il re degli animali, piuttosto che il leone.
La tartaruga - pensava il Leone - era piccolissima, molto lenta nei movimenti e debole. La maggior parte degli altri animali avrebbe potuto ucciderla senza alcuna fatica.
Perché allora ne parlavano tutti con tanto rispetto!? Il leone era veramente scocciato; aveva sentito abbastanza!
Decise di sbarazzarsi della tartaruga, ma voleva farlo in modo tale che la cosa non suscitasse alcun sospetto negli altri animali.
Un giorno, il Leone mandò dunque a chiamare la tartaruga. Quando questa fu arrivata, il Leone le disse: " Ho sentito dire che sei un ottimo parrucchiere. Voglio che tu dia una bella tagliata di capelli al mio primo figlio, il mio erede; ma voglio che tu lo faccia molto in fretta".
Naturalmente la tartaruga non era affatto un parrucchiere, né bravo, né cattivo. Ma non osava sostenerlo di fronte al leone.
Pose tuttavia una condizione: " Va bene, Sua Maestà" - disse al Leone, lusingandolo - " ma prima io voglio fare un disegno di come appare il taglio dei cappelli del principino ora; così, quando avrò finito il taglio, voi potrete paragonare il nuovo taglio con quello di prima".
Il Leone non poteva trovare nulla di sbagliato o di inaccettabile in quella richiesta, e quindi si dichiarò d'accordo. Allora la tartaruga fece un disegno della testa del cucciolo del Leone sulla sabbia e, quando ebbe finito, disse: "Vostra Maestà, potete chiedere al vostro secondo figlio di venire e di fare la guardia a questo disegno al mio posto, per evitare che qualche animale vi cammini sopra e lo danneggi?".
Ridendo fra sé e sé, il Leone diede anche questa volta il suo consenso. "Posso concedere alla tartaruga la maggior parte delle cose che desidera" - pensava - " dal momento che non le rimane molto tempo da vivere".
Mentre la tartaruga tagliava il pelo del cucciolo, il Leone mandò a chiamare gli altri animali, perché voleva avere dei testimoni per il resto del suo piano strategico. Prima che la tartaruga avesse finito, gli altri animali erano arrivati.
Alla loro presenza, il Leone disse alla tartaruga: "Ora rimetti a posto i peli sulla testa di mio figlio, esattamente dove erano prima che tu cominciassi il lavoro. Ogni singolo pelo dovrà essere esattamente dove era prima.
Tu dici di essere intelligente, quindi l'impresa non dovrebbe essere difficile per te. Ma se fallisci, sarai uccisa".
"Ormai l'ho incastrata" - pensava fra sé il Leone. E con molta fatica riusciva a nascondere la sua gioia.
"Io eseguirò subito il vostro ordine, Maestà" - disse la tartaruga - "Ma che cosa succede, se un altro animale fa qualcosa per trattenermi dall'eseguire il vostro ordine? anche lui sarà ucciso?".
"Certamente" - ruggì il Leone - " Avremo una doppia esecuzione capitale".
La tartaruga allora disse: " Bene, andiamo a vedere il disegno che ho lasciato da custodire al vostro secondo figlio, in modo che voi possiate ricordarvi esattamente come era sistemata la chioma del vostro primo figlio, prima che io iniziassi il lavoro. Dopo di che, io sistemerò il pelo sulla testa del vostro primo figlio".
"Va bene" - disse il Leone - "Andiamo!".
Nel frattempo, si era messo a piovere, come aveva supposto la tartaruga, dal momento che in quel periodo dell'anno capitava spesso che piovesse nel pomeriggio.
Così, quando arrivarono al disegno, trovarono che era stato danneggiato dalla pioggia.
"Che peccato!" - ululò la tartaruga, dando ad intendere di essere dispiaciuta - "Ora, non potremo mai più sapere come era sistemata la chioma di vostro figlio. E' tutta colpa del vostro secondo figlio.
Ora, o giusto e terribile sovrano, io sono pronta a morire, ma deve morire con me anche tuo figlio, come hai stabilito poco fa".
La tartaruga sapeva che il leone era molto affezionato al suo secondo figlio e che non poteva accettare alcuna possibilità di vederlo ucciso.
In presenza di tutti i testimoni che era riuscito a raccogliere, il leone si rese conto che non poteva condannare alla morte la Tartaruga e, nello stesso tempo, dimenticarsi di suo figlio. Così fu costretto a lasciare libera la tartaruga.
Egli si sentì umiliato alla presenza di tutti gli altri animali. Di conseguenza, rimase più che mai determinato a uccidere la tartaruga alla prossima occasione.
Promise a se stesso che in una prossima occasione non avrebbe lasciato alcuno scampo alla tartaruga.

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LA VECCHIA SIGNORA, IL GATTO E I TOPI

Molto tempo fa, c'era una vecchia signora che viveva da sola in una vecchia casa alla periferia di un villaggio. La casa offriva riparo alla vecchia signora, come ne offriva ai molti topi che dividevano la casa con lei.
I topi però non erano felici e si preparavano a combattere, perché la signora teneva con sé un grosso gattone per farle compagnia.
Col passare del tempo la vita divenne insopportabile per i topi. La libertà di movimento fu annullata e messa in costante pericolo dal silenzioso agguato del sempre presente gattone.
I singoli individui e le famiglie pensarono a tutte le possibili strategie per assicurarsi la sopravvivenza, ma trovare una soluzione divenne un'impresa impossibile per tutto il gruppo dei topi.
Quando si riunirono per la loro conferenza annuale, si notava un senso di urgenza e di angoscia nell'espressione di ogni topo. Il primo argomento all'ordine del giorno fu come farcela a risolvere il problema che continuamente minacciava le loro esistenze. Furono dati molti suggerimenti, ma ogni proposta fu rigettata per una ragione o per l'altra.
La situazione era diventata disperata.
Finalmente un piccolo vecchio topo si alzò in piedi e apparve evidente dal suo comportamento e dal suo aspetto che veniva dalla campagna. Egli fece questo discorso: "Fratelli e sorelle, ho ascoltato il vostro problema e tutte le soluzioni che sono state proposte. Io avrei un'idea e mi piacerebbe proporla alla vostra considerazione.
Come vedete, io vengo dalla campagna; recentemente un uomo nel territorio in cui abito ha acquistato un sistema di allarme molto interessante ed efficace per proteggere il suo bestiame. Egli ha appeso questo dispositivo intorno al collo di una delle mucche e così, quando questa si muove in giro, lui può sapere dove si trova l'intera mandria. E' un dispositivo molto semplice; ho sentito dire che lo chiamano in un codice segreto "campanaccio". Vi suggerisco perciò di procurarvi un dispositivo simile e di appenderlo al collo di quel gattaccio. Io sono certo che questa iniziativa porterà pace nella vostra comunità".
Quando il vecchio topo si sedette, dapprima si diffuse un mormorio in tutta la sala, poi si levò un unico grido: "Così sia, fratello, come dici tu".
Tutti i topi accettarono la proposta e c'era una grande gioia. Il meeting fu concluso e i topi incominciarono ad uscire dalla grande sala delle conferenze; un vecchio topo che era seduto in fondo alla sala però, dopo averci pensato, chiamò tutti indietro: "Prima che ce ne andiamo via tutti, dobbiamo decidere: chi appenderà il campanello al collo del gatto?".
Ci fu un momento di rumorosa agitazione, poi un profondo silenzio cadde su tutti i presenti. Infine, uno dopo l'altro, i topi lasciarono la sala senza dire una parola.
Per quanto io ne sappia, da quel giorno il gatto non ha mai avuto un campanello appeso al collo.

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LA LEPRE VANITOSA IMPARA LA LEZIONE

Tanto tempo fa tutti gli animali della jungla andavano dalla Lepre quando avevano bisogno di consigli sui molti problemi che incontravano ogni giorno. Essi infatti giudicavano la Lepre come l’animale più furbo e intelligente.
E in realtà la Lepre li aiutava tutte le volte che poteva, per esempio li consigliava circa il modo di sopravvivere alla fame. Essa era una grande lavoratrice e si aspettava che tutti gli animali avessero questa sua stessa qualità.
Col tempo divenne molto popolare fra gli animali della jungla e tutti l’ammiravano; molte volte le portavano doni come ricompensa per l’aiuto ricevuto.
Purtroppo pian piano però la Lepre divenne sempre più orgogliosa e sprezzante nei confronti degli altri animali.
Un giorno il Re Leone convocò d’urgenza un’assemblea per annunciare la scomparsa del suo cucciolo più piccolo; egli promise una ricompensa a chiunque lo avesse aiutato a trovarlo.
Gli animali si dispersero in tutte le direzioni; alcuni tentarono di trovare il leoncino anche col segreto proposito di battere la Lepre.
“In questa competizione io non rischio solo di sprecare il mio tempo? – disse la tartaruga, rinunciando all’impresa. Ma una scimmietta dagli occhi strabici dichiarò di essere in grado di battere la Lepre e di volersi portare a casa la ricompensa del leone.
Gli altri animali la presero in giro: “Tu devi essere un po’ matta, piccola scimmia. Altri animali, come la tartaruga, hanno rinunciato prima ancora di tentare! Tu non potrai mai trovare il cucciolo smarrito coi tuoi occhi strabici!”. E così si davano arie con la scimmia.
La scimmietta era così addolorata e umiliata che quasi stava perdendo la voglia di cercare il cucciolo smarrito. Si avviò verso la sua casa, camminando molto lentamente.
Lungo la strada però faceva così caldo che decise di fermarsi a riposare sotto un albero; qui sentì uno strano movimento e vide qualcosa che emergeva dall’erba. Si guardò intorno e scoprì che sotto l’albero c’era un buco; bastò una rapida occhiata per scorgere una coda.
La scimmietta la tirò: era la coda del cucciolo smarrito!
Felice della sua scoperta, la piccola scimmia riportò il cucciolo al palazzo del Re Leone e ricevette la ricompensa dovuta.

Quando la lepre ricevette la notizia, non poteva crederci; anche gli altri animali erano sconvolti. Da quel giorno essi si convinsero che dopo tutto la Lepre non era l’animale più furbo e intelligente della jungla.

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SIMBI NYAMA

Gli abitanti di Karachuonyo avevano improvvisamente dimenticato Dio. Mangiavano, bevevano, si sposavano e facevano festa per tutto il giorno e non pregavano più Dio. Dio vide questo e si sentì molto triste ed infelice.

Mandò loro una vecchia, perché si pentissero di quello che avevano fatto e per metterli in guardia. Quando la vecchia arrivò sul posto entrò in una casa dove trovò una donna con i suoi bambini. Chiese dove fosse il marito e le fu risposto che era andato ad un ricevimento.

La vecchia disse alla donna di andare a chiamare il marito, perché erano in grande pericolo. Quando la donna trovò il marito, egli era molto ubriaco, e così pure gli altri. La donna riferì il messaggio, ma nessuno le diede ascolto, anzi, il marito la picchiò, e le disse di tornarsene a casa.

La moglie tornò a casa e la vecchia le disse di prendere tutto ciò che aveva , perchè restavano solo pochi minuti, e poi il posto sarebbe stato distrutto. Presto presto la donna fece come la vecchia le aveva detto e si mise in cammino con i bambini.

Quando si voltarono per guardare il posto dove avevano vissuto videro delle grandi nuvole nere ed una pioggia torrenziale. Continuava a piovere ed il livello dell'acqua cresceva. La gente che aveva bevuto cominciò ad avere paura e si arrampicò sui tetti e sulle cime degli alberi, ma continuava a piovere, con tuoni e lampi. Entro poche ore tutta la zona era sott'acqua.

Tutti morirono, animali, alberi, e tutto quello che viveva. L'acqua poi diventò verde ed ancora oggi è lì come memoria di quello che è successo. Si chiama Simbi Nyama e l'acqua non si può bere.

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LA LEPRE E LA IENA

Una volta, tanto tempo fa, la lepre e la iena erano amici; essi vivevano ciascuno con la sua vecchia madre.
Venne un periodo in cui c'era una grande fame per tutti, a causa di una gravissima mancanza di cibo.
Questa situazione continuò a lungo, finché i due amici rimasero del tutto senza cibo.
Un giorno finalmente riuscirono ad uccidere un pollo e lo divisero a metà.
La lepre portò a casa la sua porzione di pollo e lo divise in parti uguali per se stesso e per sua madre.
La iena, essendo troppo ingorda, si mangiò da sola tutta la sua parte e non lasciò neppure un pezzettino alla sua vecchia madre.
La lepre dimostrò rispetto e amore per sua madre.
La iena invece dimostrò di non rispettare sua madre e di non amarla.

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LA LEPRE LA CAPRA E IL LEONE

Io non so dire quanto tempo sia passato, ma posso raccontarvi una storia successa molto tempo fa.
C'erano allora due amici: un leone e una lepre; erano così legati fra di loro, che la gente pensava che la loro amicizia non avrebbe mai avuto fine.

Nonostante il legame di stretta amicizia con il leone però la lepre non volle mai rinunciare anche all'amicizia con una capra.

Venne in quel territorio una grande siccità, che fece morire la maggior parte degli animali, tranne la lepre e il leone, che erano veramente in forma e belli grassi.
La lepre, potendo procurarsi il cibo grazie al leone, segretamente lo portava alla capra, così che anche la capra ingrassava.

Un giorno il cibo finì e allora i due amici si misero d'accordo di procurarsi da mangiare separatamente. Il leone partì per primo e trovò la capra che stava attraversando un ponte; il leone le disse che per lei era giunta la fine. Fino a quando la lepre era rimasta amica di ambedue, aveva insegnato alla capra un certo trucco per superare le difficoltà.

Così la capra cominciò subito a ridere fra di sé e disse: ” Io sono preoccupata, perché non so chi mi mangerà, se la persona che si trova sotto il ponte oppure tu”.

Sotto il ponte l'acqua scorreva impetuosa e il leone pensò che ci fosse un altro leone, a fargli concorrenza. Così saltò con un balzo nell'acqua, ma l'acqua era troppo profonda e il leone all'istante morì annegato.
La capra corse via a raccontare tutta la storia alla lepre.

Nota: l'intelligenza è migliore della forza.

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LA IENA AFFAMATA

Molto tempo fa c'era un animale chiamato Hyena , che non aveva l'abitudine di andare a cacciare nella foresta, per procurarsi il cibo.
Un giorno, mentre se ne andava in giro trotterellando, notò un delizioso profumino, che lo fece deviare dalla sua strada,
per seguire la direzione del profumo.
Doveva essere senza dubbio un odore di carne. “Per parte mia, la carne è sempre carne. Marcita o fresca!” – disse la iena,
mentre continuava a seguire la direzione dell'odore.
Camminando, la Iena giunse ad una biforcazione e si bloccò, non sapendo come fare a seguire l'odore.
Si mise a odorare con forza per capire da quale delle due direzioni giungesse quel profumo, ma, non avendo trovato una soluzione, decise di seguire subito tutte e due le direzioni.

Così si avviò verso una direzione con le due gambe davanti e nell'altra direzione con le due gambe di dietro.
La testa e il tronco erano nel punto di congiunzione delle due strade. La Iena continuò a camminare fino al punto in cui non poteva assolutamente più muoversi.
Essa alla fine rimase tagliata in due parti uguali e così avvenne la morte della Iena affamata e ghiotta.

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Foto Kenya

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