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Un Masai per amico
Partiamo da Malpensa per Nairobi, una scelta dettata dal fatto che vogliamo percorrere il Kenya attraversando I parchi lungo la strada per Malindi, nostra destinazione finale per dieci giorni di relax al mare.

Tramite questo  sito contattiamo Donatella, che ci conquista con i suoi racconti e con la sua gentilezza e premura nel rispondere alle nostre mille domande sull'organizzazione del Safari.
All'aeroporto, dopo la dogana e i visti, incontriamo John, marito di Donatella, che ci sorride da dietro la porta da cui usciamo. Dice che ci ha riconosciuti, eravamo quasi gli unici italiani sul volo.

Ha avuto una pazienza incredibile, ci ha aspettato mentre eravamo fermi in dogana, ci ha accompagnato al ristorante e poi all'albergo; quando arriviamo è ormai l'una di notte e lui ha guidato dal mattino per arrivare a Nairobi da Malindi.
Ripartiamo da Nairobi la mattina dopo, direzione lago Nakuru. Siamo in due, io e il mio ragazzo. Musica gospel in lingua swahili, un Masai alla guida e un altro che ci accompagna: è Cassilua, cugino di John, presenza piacevole e imprevista che
ci accompagnerà per tutto il Safari.

La sera prima, davanti a una birra e a un piatto di carne, avevamo deciso con John quale tragitto avremmo percorso durante il Safari. Il programma iniziale era di partire subito per il Masai Mara ma io ho insistito per vedere i fenicotteri e John non ha avuto problemi ad accontentarmi. Hakuna matata.
Nakuru non è distante da Nairobi più di un paio di ore e per arrivarci vediamo la Rift Valley dall’alto; si dice che questa sia la culla dell’umanità.
Appena entrati al parco veniamo presi di mira da un gruppo di babbuini che, mentre siamo distratti, salgono in macchina, aprono gli zaini e afferrano il pollo che avevamo appena comprato. A stento e sbellicandoci dalle risate riusciamo a salvare il nostro pranzo e a ricacciare al loro posto i babbuini, sotto gli occhi divertiti di John, Cassilua, e del ranger che corre poi in nostro aiuto.

Il parco è uno spettacolo, il lago salato è pieno di fenicotteri che da lontano nemmeno si distinguono, sono una immensa macchia rosa, che vedi subito dopo il bianco del sale depositato sulle riva del lago e subito prima dell’azzurro dell’acqua.
Tutto attorno zebre, giraffe, rinoceronti, bufali, gazzelle, facoceri, marabù fanno da cornice ad un quadro che toglie il fiato.
Due leonesse su un albero sono quanto non ci saremmo mai aspettati di vedere, noi che volevamo vedere Nakuru per i fenicotteri.
Siamo in Kenya da meno di 24 ore e ci sembra che il biglietto dell’aereo sia già stato ripagato.

Il pranzo è a base di pollo e patatine, all’ombra di acacie che sovrastano le nostre teste e ci riparano dal sole equatoriale. John parla e ci racconta della sua tribù, i Masai. Stiamo ad ascoltarlo affascinati come i bambini ascoltano le fiabe, con la differenza che sappiamo che quello che racconta è tutto vero.
Ripartiti dopo pranzo continuiamo a girare nel parco; scattiamo centinaia di foto sotto un cielo che se ce lo descrivessero diremmo che se lo sono inventato.
La strada è lunga, puntiamo verso il Masai Mara e ci fermiamo a Narok al Season, una guest house molto carina, dove ceniamo.
La mattina dopo, con un notevole “ritardo” su quanto preventivato, per dirla alla italiana, ripartiamo dopo una ottima colazione. John ha fatto lavare la macchina.
Arriviamo giusto per pranzo al villaggio appena fuori dal Masai Mara, pranziamo a base di carne di capra alla griglia e John ci mostra dove dormiremo la notte. Abbiamo deciso di stare lontano dai lodge lussuosi, un po’ perché non ce lo
possiamo permettere, un po’ perché ci va di assaporare come vive la gente veramente.

John è molto premuroso, soprattutto con me (mi chiama signora madam e mi chiede di vedere il posto dove passare la notte prima di accettare di dormire lì).
Qui dormiremo in una stanza pulita, con un letto e una lampada a cherosene. La corrente è un lusso, inesistente. E se lo è per la gente che vive qui, lo è anche per noi. Entriamo al parco, che a differenza di Nakuru, è immenso. Ci accorgiamo subito di essere entrati nel cuore della savana e gli animali sono ovunque.
Gli elefanti ci colpiscono particolarmente, il leone che dorme ci lascia senza parole per un quarto d’ora; gli ippopotami sono un pò difficili da avvistare ma John è molto paziente e rimedia anche alla nostra miopia, non senza battute in
perfetto italiano. Al confine con la Tanzania, dove il Masai Mara diventa Serengeti, teniamo in mano un teschio di coccodrillo.
Al calar del sole usciamo dal parco e portiamo l’auto dal meccanico.
Il villaggio appena fuori ha tutto quello che serve, perfino un compressore.
La luna e i milioni di stelle, però, non bastano ai meccanici, per cui facciamo luce al loro lavoro con le nostre pile.
Cena con in sottofondo la finale di Coppa d’Africa tra Egitto e Costa d’Avorio. La gente del posto tifa Costa d’Avorio, ma è l’Egitto ad avere la meglio.
Dopo la cena ci laviamo velocemente con acqua fredda che versiamo in un catino. Le comodità le abbiamo proprio dimenticate e ora ci sentiamo fortunati a poterci togliere di dosso la sabbia della savana, in un modo o nell’altro.
Il sonno ci ritempra, la mattina dopo la solita ottima colazione, rientriamo nel parco e la prima scena cui assistiamo è una leonessa che dà da mangiare ai suoi tre piccoli, fino a che, forse un po’ indispettita, afferra la preda e se ne va, seguita dai tre leoncini in fila. Incredibile.

Gli elefanti che fanno il bagno, una iena, una lucertola, un leone accaldato e stanco che tenta di riprendersi da un pranzo forse un po’ troppo sostanzioso, due ghepardi stesi al sole, oltre alle solite giraffe, zebre, gnu, bufali… è quello che
vediamo mentre percorriamo le strade del parco, immersi in paesaggi dai colori vividi. Il parco successivo in programma è l’Amboseli e per raggiungerlo la strada è lunga. Prevediamo di arrivare almeno a Kajado. Per farlo attraversiamo la Rift Valley al tramonto e quello che vediamo non lascia spazio ad altro che ad emozioni fortissime. Il riposo è molto breve, andiamo a dormire molto tardi e ci alziamo molto presto, quattro ore di sonno in tutto. I ritmi sono molto stancanti, passare 14 ore al giorno in auto non è certo riposante, ma quello che vediamo ci ripaga di tutto.

Lo spirito che ci accompagna è quello di un gruppo di amici in gita. Stiamo molto bene, non abbiamo mai la sensazione di essere due turisti con le guide, piuttosto quattro amici in vacanza. E infatti anche Cassilua, pur non conoscendo una parola di italiano oltre a “mamma elefantino”, come ha deciso di chiamarmi, riesce a prendermi in giro quando per la stanchezza prendo testate sulla jeep.
Il mattino dopo entriamo all’Amboseli, convinti e ansiosi di vedere subito il Kilimangiaro. Invece le nuvole lo coprono, ma John ci assicura che lo vedremo nel pomeriggio. Tutto quello che John ci ha promesso che avremmo visto non è mai mancato. Quello che all’inizio ci appare come un parco deserto, si rivela il parco che più preferiamo. Vicino alla pozza di acqua sorgiva ci sono centinaia di uccelli e ovviamente tutti gli animali che vengono ad abbeverarsi. Vediamo elefanti che fanno il bagno e si spruzzano con la proboscide, le zebre infangate fino alle ginocchia, gazzelle e struzzi….

Ma la cosa più incredibile, emozionante e commovente sono i due leoni che si accoppiano alla luce del tramonto. Tenerissimi, non si scompongono per la presenza decisamente troppo chiassosa dei turisti intorno a loro. Restiamo a poche decine di metri da loro per una mezz’ora buona. Quello che ci regalano in termini di sensazioni non si può esprimere a parole.
Sia il pranzo che la cena sono molto divertenti: siamo attorniati da Masai in costume tipico, che ci tengono lezioni di lingua locale comparata con lo swahili e l’inglese. Sono tutti molto simpatici e curiosi di avere a che fare con noi, ci chiedono dove dormiremo e si stupiscono quando rispondiamo loro che passeremo la notte al campo tendato. Uno di loro, Patrick il suo nome in inglese, ci chiede un passaggio visto che anche lui dormirà lì e noi glielo concediamo ben volentieri. Se non avessimo accettato, Patrick avrebbe percorso da solo di notte circa 25 km per arrivare al campo, ma di sicuro non si sarebbe fatto nessun problema a salutarci cordialmente la mattina dopo. Hakuna matata, del resto.
La notte nella tenda passa veloce. Prima di dormire, doccia nella savana in compagnia di un paio di gechi, falò sotto la luna alle falde del Kilimangiaro, che finalmente poco prima del tramonto vediamo libero dalle nuvole, in tutta la sua maestosità.

L’alba ha colori incredibilmente belli, dal rosa tenue (l’aurora dalle dita di rosa degli antichi greci è l’immagine che mi evoca) al giallo forte quando il sole è ormai sorto. Gli uccelli cantano e prendono il posto delle risate delle iene che
di notte ci hanno fatto compagnia. Patrick arriva alla nostra tenda e insegna a Sam come fare un bastoncino per pulirsi i denti, poi insieme a John e Cassilua
visitiamo il villaggio Masai abitato da 125 persone, qualche pecora e qualche mucca talmente magra e sofferente per la siccità da impedire agli abitanti di berne il sangue, come vuole la tradizione. Patrick ci guida entro il villaggio, ci porta a casa dei suoi genitori, ci mostra come i Masai accendono il fuoco (tutti i
Masai tranne John: lui usa un accendino o al massimo dei fiammiferi. Noi lo prendiamo in giro per il resto del viaggio dicendogli che è un Masai finto, pur sapendo che un Masai resta tale per sempre, anche se veste in jeans e cappellino di Schumacher, guarda i film di Totò e tifa Juve).

La scuola con i bambini a lezione è quanto di più toccante si possa immaginare. Dai tre ai sette anni stanno tutti insieme, imparano swahili, inglese, matematica, studiano religione ed hanno un vero e proprio orario scolastico, come non ne vedevo dai tempi del liceo. Solo i mezzi sono un po’ scarsi, non ci sono nemmeno sedie per tutti, ma non abbiamo visto altro che sorrisi sui loro volti, sempre. Ci accolgono cantando e recitando una canzoncina in inglese. Quando ce ne andiamo io ho le lacrime agli occhi. Non si può restare indifferenti.
Ci resta da visitare un altro parco, lo Tsavo Est e lì ci dirigiamo, verso la cittadina di Voi. La notte è un po’ accaldata e il risveglio decisamente rumoroso, tra il traffico della strada e il muezzin della moschea. Il parco ha la terra rossa e anche gli elefanti sono rossi a causa della terra che si gettano addosso. Qui è molto più
difficile avvistare gli animali, la fitta vegetazione offre loro molto riparo. Ippopotami e un paio di coccodrilli sono i protagonisti indiscussi della giornata.
Facciamo molta fatica a vedere i leoni, che qui hanno la criniera nera, nonostante siano molto di più rispetto agli altri parchi. Vediamo solo, molto in lontananza, un gruppo di leonesse, ma non ci lamentiamo ricordandoci del privilegio che
abbiamo avuto all’Amboseli.

Dopo pranzo al Lion Hill, Cassilua ci saluta: le nostre strade si separano, lui raggiungerà suo fratello mentre noi proseguiremo con John verso Malindi.
Promette che per la prossima volta che verremo in Kenya avrà imparato l’italiano. Ci spiace molto doverci salutare, ci siamo affezionati a lui, alla sua risata e ai suoi lunghi discorsi in lingua masai con John, di cui non capivamo assolutamente
nulla ma che erano tanto piacevoli da ascoltare. Crocodile e Hippo Point, le Lugards Falls: il paesaggio ci stupisce, un fiume che scorre in mezzo a rocce levigate dal vento e dall’acqua che le ricopre completamente durante la stagione delle piogge. Safari concluso, ci dirigiamo verso Malindi dove ci attendono dieci giorni di mare e riposo assoluto sulle bianche spiagge…
Ovviamente non riusciamo ad arrivare in tempo perché John e Donatella escano a cena per S. Valentino, e oltretutto per un imprevisto al nostro residence, passiamo la serata e la notte a casa loro.  Anche il resto della vacanza passiamo gran parte del tempo con Donatella e i suoi tre masai (gli altri due a voi scoprire chi sono), ceniamo con loro e con i genitori di Donatella, che per una coincidenza abbiamo la fortuna di conoscere, giochiamo con il piccolo Solomon e guardiamo Parsanka giocare a biliardo contro John.

Grazie a un notevole supporto logistico (organizzazione Safari, prenotazione voli, organizzazione gita alle mangrovie e uscita in barca, ottimi consigli sui ristoranti) Donatella e John ci hanno permesso di vivere una vacanza completamente senza
pensieri. Non siamo mai rimasti delusi o scontenti di nulla.
Ci siamo sentiti come gli amici che ti vengono a trovare e che ospiti a casa tua prendendotene cura. Del Kenya abbiamo vissuto tutto, dalle cene a base di aragosta e gamberi con vino sudafricano nei ristoranti lussuosi, alle capanne fatte con escrementi di mucca, armati solo di un po’ di spirito di avventura e molto senso di adattamento. La vita vera non è nei villaggi turistici o nei lodge lussuosi, è fuori, nella savana e a contatto con la gente. Il Kenya ti dà molto di più se gli permetti di mostrarti come è veramente. Sui volti delle persone ci sono solo sorrisi e frasi gentili di benvenuto per chiunque.
Una grande lezione per chi, da un viaggio, vuol portare a casa ben altro che semplici collanine.

Grazie John, grazie Dona.
Ele e Sam.
 

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